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La fatica di chi si prende cura ha un nome. E sapere come si chiama è già un primo passo per starci meglio.
di Sandro De Angelis · Psicologo e Psicoterapeuta · lettura 4 minuti
C'è una stanchezza che il sonno non risolve. Ti svegli, hai dormito, eppure ti senti già svuotato. Non è il corpo a essere a pezzi: è qualcosa dentro, più difficile da spiegare. Se ti capita, e se sei una persona che passa molto tempo a occuparsi degli altri, vale la pena leggere fino in fondo.
Papà e mamme, figli che assistono un genitore anziano, infermieri, medici, insegnanti, educatori, operatori sociali, volontari, ma anche chi semplicemente è “quello forte” a cui tutti si rivolgono. Tutte queste persone hanno una cosa in comune: ogni giorno accolgono il peso di qualcun altro. E a furia di accogliere, qualcosa in loro si consuma.
Questa fatica ha un nome preciso. Si chiama fatica della compassione — in inglese compassion fatigue. E riconoscerla è il primo modo per non restarci dentro.
Che cos'è, in parole semplici
La fatica della compassione è il prezzo che a volte paghiamo per il fatto di essere empatici. Quando stiamo accanto al dolore di qualcuno — lo ascoltiamo, lo sosteniamo, ce ne facciamo carico — una parte di quel dolore ci entra dentro. È normale, ed è anche ciò che ci rende capaci di aiutare davvero. Ma se l'esposizione è continua, e non abbiamo modo di scaricarla, quel peso si accumula.
Non è un difetto. Non è mancanza di forza. È, al contrario, la conseguenza di una qualità: la capacità di sentire l'altro. Le persone più disponibili e più sensibili sono spesso le più esposte, proprio perché si lasciano toccare di più.
La fatica della compassione non colpisce chi è fragile. Colpisce chi sa prendersi cura, e lo fa a lungo, senza fermarsi mai.
Come ti accorgi che ti sta capitando
Non arriva con un cartello. Si presenta poco alla volta, e spesso la confondiamo con il semplice essere “giù di tono”. Ecco alcuni segnali che vale la pena ascoltare:
Stanchezza che non passa: torni a casa svuotato anche dopo momenti che, in teoria, dovrebbero farti piacere.
Pensieri che ti seguono: le storie, i problemi, le preoccupazioni di chi assisti ti tornano in mente la sera, di notte, nei momenti liberi. Fai fatica a “staccare”.
Una corazza che non riconosci: cominci a sentirti più freddo, più sbrigativo, meno paziente. E poi ti senti in colpa per questo.
Il corpo che protesta: dormi male, sei più irritabile, ti accorgi di essere sempre “sul chi va là” anche quando potresti rilassarti.
La voglia di scappare: ti scopri a evitare certe persone, certe situazioni, certe telefonate che prima affrontavi senza problemi.
Se ti sei riconosciuto in due o tre di questi punti, non vuol dire che c'è qualcosa di sbagliato in te. Vuol dire che hai dato tanto, e che adesso è il momento di occuparti anche di te.
Non confondiamola con altro
Si parla spesso di “stress” e di “esaurimento da lavoro”, e si finisce per mettere tutto nello stesso calderone. Ma sono cose diverse, e distinguerle aiuta a capire cosa fare.
Lo stress da lavoro nasce soprattutto dal troppo carico: troppe cose, troppo in fretta, poco controllo. La fatica della compassione, invece, nasce dal contatto con la sofferenza . Si può essere felici del proprio lavoro, trovarlo anche leggero dal punto di vista organizzativo, e sentirsi comunque consumati dentro perché ogni giorno si sta accanto a chi soffre.
C'è anche una buona notizia
Prendersi cura degli altri non è solo un rischio. È anche una delle cose che dà più senso alla vita. Accanto alla fatica esiste il suo esatto opposto: la soddisfazione di sentirsi utili, la gratitudine, l'energia che arriva quando vediamo che la nostra presenza ha fatto la differenza per qualcuno.
Le due cose convivono. Lo stesso gesto che a volte ci svuota è anche quello che ci riempie. Per questa la domanda da farsi non è soltanto “quanto mi costa prendermi cura?”, ma anche: “che cosa, in tutto questo, mi fa ancora stare bene?
Che cosa puoi fare, concretamente
Non servono grandi rivoluzioni. Spesso bastano piccoli cambiamenti, ripetuti con costanza:
Trova un modo per “scaricare”: dopo aver assorbito il peso di qualcuno, datti un momento per lasciarlo andare: una camminata, una doccia, dieci minuti di silenzio. Servire a non portarti tutto a casa.
Concediti dei limiti: non sei obbligato a essere sempre disponibile per tutti. Dire “adesso no” non ti rende una persona peggiore. Ti permette di continuare ad esserci, domani.
Non restare da solo: parlare con chi vive la tua stessa situazione — altri caregiver, altri colleghi — fa sentire meno soli e restituisce idee pratiche.
Tieni d'occhio le tue energie: controlla che ci siano ancora, nella tua settimana, cose che fai solo per te. Se sono sparite tutte, è un segnale da non ignorare.
Chiedi aiuto prima che diventi troppo: se la stanchezza dura da troppo tempo, se tocca il sonno, l'umore, le relazioni, chiedi aiuto a un professionista non è esagerato. È la scelta più sensata.
Prendersi cura di sé non è egoismo. È la condizione per poter continuare a prendersi cura degli altri.
Ne parliamo insieme, davanti a un caffè
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Questo articolo ha finalità divulgativa e non sostituisce una consulenza psicologica individuale.


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