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Quando aiutare gli altri ci lascia a secco

2026-05-30 20:37

Sandro De Angelis

Persone, Psicologia, Psicoterapia,

Quando aiutare gli altri ci lascia a secco

BLOG · PSICOLOGIA DI TUTTI I GIORNI La fatica di chi si prende cura ha un nome. E sapere come si chiama è già un primo passo per starci meglio.di Sand

BLOG · PSICOLOGIA DI TUTTI I GIORNI

 

La fatica di chi si prende cura ha un nome. E sapere come si chiama è già un primo passo per starci meglio.

di Sandro De Angelis · Psicologo e Psicoterapeuta · lettura 4 minuti

C'è una stanchezza che il sonno non risolve. Ti svegli, hai dormito, eppure ti senti già svuotato. Non è il corpo a essere a pezzi: è qualcosa dentro, più difficile da spiegare. Se ti capita, e se sei una persona che passa molto tempo a occuparsi degli altri, vale la pena leggere fino in fondo.

Papà e mamme, figli che assistono un genitore anziano, infermieri, medici, insegnanti, educatori, operatori sociali, volontari, ma anche chi semplicemente è “quello forte” a cui tutti si rivolgono. Tutte queste persone hanno una cosa in comune: ogni giorno accolgono il peso di qualcun altro. E a furia di accogliere, qualcosa in loro si consuma.

Questa fatica ha un nome preciso. Si chiama fatica della compassione — in inglese compassion fatigue. E riconoscerla è il primo modo per non restarci dentro.

Che cos'è, in parole semplici

La fatica della compassione è il prezzo che a volte paghiamo per il fatto di essere empatici. Quando stiamo accanto al dolore di qualcuno — lo ascoltiamo, lo sosteniamo, ce ne facciamo carico — una parte di quel dolore ci entra dentro. È normale, ed è anche ciò che ci rende capaci di aiutare davvero. Ma se l'esposizione è continua, e non abbiamo modo di scaricarla, quel peso si accumula.

Non è un difetto. Non è mancanza di forza. È, al contrario, la conseguenza di una qualità: la capacità di sentire l'altro. Le persone più disponibili e più sensibili sono spesso le più esposte, proprio perché si lasciano toccare di più.

La fatica della compassione non colpisce chi è fragile. Colpisce chi sa prendersi cura, e lo fa a lungo, senza fermarsi mai.

Come ti accorgi che ti sta capitando

Non arriva con un cartello. Si presenta poco alla volta, e spesso la confondiamo con il semplice essere “giù di tono”. Ecco alcuni segnali che vale la pena ascoltare:

Stanchezza che non passa: torni a casa svuotato anche dopo momenti che, in teoria, dovrebbero farti piacere.

Pensieri che ti seguono: le storie, i problemi, le preoccupazioni di chi assisti ti tornano in mente la sera, di notte, nei momenti liberi. Fai fatica a “staccare”.

Una corazza che non riconosci: cominci a sentirti più freddo, più sbrigativo, meno paziente. E poi ti senti in colpa per questo.

Il corpo che protesta: dormi male, sei più irritabile, ti accorgi di essere sempre “sul chi va là” anche quando potresti rilassarti.

La voglia di scappare: ti scopri a evitare certe persone, certe situazioni, certe telefonate che prima affrontavi senza problemi.



 

Se ti sei riconosciuto in due o tre di questi punti, non vuol dire che c'è qualcosa di sbagliato in te. Vuol dire che hai dato tanto, e che adesso è il momento di occuparti anche di te.

Non confondiamola con altro

Si parla spesso di “stress” e di “esaurimento da lavoro”, e si finisce per mettere tutto nello stesso calderone. Ma sono cose diverse, e distinguerle aiuta a capire cosa fare.

Lo stress da lavoro nasce soprattutto dal troppo carico: troppe cose, troppo in fretta, poco controllo. La fatica della compassione, invece, nasce dal contatto con la sofferenza . Si può essere felici del proprio lavoro, trovarlo anche leggero dal punto di vista organizzativo, e sentirsi comunque consumati dentro perché ogni giorno si sta accanto a chi soffre.

C'è anche una buona notizia

Prendersi cura degli altri non è solo un rischio. È anche una delle cose che dà più senso alla vita. Accanto alla fatica esiste il suo esatto opposto: la soddisfazione di sentirsi utili, la gratitudine, l'energia che arriva quando vediamo che la nostra presenza ha fatto la differenza per qualcuno.

Le due cose convivono. Lo stesso gesto che a volte ci svuota è anche quello che ci riempie. Per questa la domanda da farsi non è soltanto “quanto mi costa prendermi cura?”, ma anche: “che cosa, in tutto questo, mi fa ancora stare bene?

Che cosa puoi fare, concretamente

Non servono grandi rivoluzioni. Spesso bastano piccoli cambiamenti, ripetuti con costanza:

Trova un modo per “scaricare”: dopo aver assorbito il peso di qualcuno, datti un momento per lasciarlo andare: una camminata, una doccia, dieci minuti di silenzio. Servire a non portarti tutto a casa.

Concediti dei limiti: non sei obbligato a essere sempre disponibile per tutti. Dire “adesso no” non ti rende una persona peggiore. Ti permette di continuare ad esserci, domani.

Non restare da solo: parlare con chi vive la tua stessa situazione — altri caregiver, altri colleghi — fa sentire meno soli e restituisce idee pratiche.

Tieni d'occhio le tue energie: controlla che ci siano ancora, nella tua settimana, cose che fai solo per te. Se sono sparite tutte, è un segnale da non ignorare.

Chiedi aiuto prima che diventi troppo: se la stanchezza dura da troppo tempo, se tocca il sonno, l'umore, le relazioni, chiedi aiuto a un professionista non è esagerato. È la scelta più sensata.

Prendersi cura di sé non è egoismo. È la condizione per poter continuare a prendersi cura degli altri.

Ne parliamo insieme, davanti a un caffè

Se quello che hai letto ti ha toccato da vicino, ti aspetto a uno dei miei incontri di psicologia aperti a tutti. Sono gratuiti, informali, e pensati proprio per parlare di questi temi senza camice e senza parole — semplicemente sedendosi intorno a un tavolo.



 

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Aperitivo Psicologico · giovedì 11 giugno, ore 18 · Caffetteria San Giuseppe, Via Torino 55, Trofarello

Scrivimi per dirmi che vieni — mi fa piacere e mi aiuta a organizzare: psicologo.deangelis@gmail.com .

 

www.sandrodeangelis.com · psicologo.deangelis@gmail.com · tel. 380 144 2101

Questo articolo ha finalità divulgativa e non sostituisce una consulenza psicologica individuale.

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